Il Libro – Storia della liuteria napoletana dal XVI secolo ai giorni nostri.

Il Libro La liuteria Napoletana

Elementi del libro – Acquisto su AMAZON – https://amzn.to/3HU8GSj o ordinandolo direttamente inviando un messaggio WhatsApp al n. 004368120538300



Anche se pochi strumenti napoletani sicuramente databili prima del 1680 sono giunti sino a noi, è certo che la liuteria ha, a Napoli, origini antichissime. Una recente nostra ricerca sui liutai napoletani non viventi ne ha identificato, a partire dalla seconda metà del 1600, circa 150, a dimostrazione di quanto la nobile arte di costruire strumenti musicali si sia mantenuta viva, senza interruzioni, fino ai nostri giorni. 
          Napoli è ben nota nel mondo per la antica tradizione di costruire eccellenti e ricercati strumenti a plettro o a pizzico come liuti, mandole, mandolini, mandoloncelli, chitarre, lire, etc., e numerose sono le famiglie napoletane che hanno tramandato ai propri figli, nei secoli, questa arte. Strumenti a plettro e a pizzico delle famiglie Fabricatore, Filano, Vinaccia, Calace, così come quelli di tanti altri liutai napoletani, sono entrati nei musei di storia della musica in tutto il mondo (1-2) e sono ricercati da professionisti e collezionisti sia per la raffinata e impeccabile fattura che per le straordinarie qualità sonore. L’abitudine poi di impreziosire questi strumenti con inserti in madreperla, tartaruga e avorio, e di dotarli di meccaniche fatte a mano e spesso incise da abili artigiani, ha reso tali strumenti dei veri gioielli dell’artigianato campano. 
          E’ ancora ben noto che, mentre in altre città italiane, dopo il ‘700, l’arte liutaria ha subito una interruzione a volte completa per periodi più o meno lunghi, Napoli è stata culla di una lunga e costantemente viva tradizione liutaria nei secoli. I liutai napoletani, a differenza di quelli di altre scuole, raramente erano specializzati nella costruzione di un singolo tipo o famiglia di strumenti, più spesso essi costruivano un po’ tutti gli strumenti a corde: mandolini, mandole, mandoloncelli, chitarre, liuti, tiorbe, violini, viole, celli, etc. Dei circa 150 liutai napoletani identificati, solo un terzo ha costruito esclusivamente o saltuariamente strumenti ad arco. Pur essendo quindi limitato il numero di maestri operanti a Napoli in questi secoli, essi, sempre instancabili lavoratori, occupano un posto preminente nella liuteria internazionale sia per il gran numero di strumenti prodotti, sia per le grandi qualità sonore degli stessi, assolutamente non inferiori a quelle di altre scuole italiane o straniere. 
          Non dobbiamo inoltre dimenticare che nel ‘700 a Napoli vi erano le migliori fabbriche di corde di minugia e che lo stesso Paganini si riforniva di corde in questa città. E’ ancora a Napoli che ai primi del ‘900 vengono per al prima volta realizzate e commercializzate le corde in acciaio per strumenti ad arco ad opera di Vincenzo Gagliano. Se scarsissime sono le notizie sulle maggiori famiglie di liutai napoletani settecenteschi, nulla è mai stato pubblicato sui liutai napoletani dell’800 e del primo ‘900, spesso considerati a torto “minori”. Nè esiste alcuna pubblicazione o articolo che tratti della scuola napoletana in generale, illustrandone in modo analitico le caratteristiche peculiari che la distinguono in modo inequivocabile dalle altre scuole italiane.
          Mi sono quindi proposto di colmare questa lacuna fornendo notizie di carattere generale sulla scuola di liuteria ad arco napoletana, e di carattere particolare su alcuni aspetti che caratterizzano la produzione di singoli liutai di maggior interesse. La liuteria ad arco a Napoli L’accezione comune che la liuteria ad arco napoletana discenda direttamente da quella cremonese, essendo il capostipite della famiglia Gagliano, Alessandro, andato a bottega a Cremona dal “sommo” Stradivari, è “vera” ma imprecisa. Esiste infatti evidenza che l’arte di costruire strumenti ad arco era già da tempo patrimonio di questa città e che il ritorno a Napoli di Alessandro Gagliano, avvenuto intorno al 1695, abbia solo dato un nuovo e forte impulso alla nobile professione. A testimonianza di una preesistente attività liutaria nella nostra città, ricordiamo che sono noti nel mondo liutario alcuni splendidi strumenti di Mathia Popeller, autore di origine tedesca, costruttore di violini, viole e violoncelli, operante a Napoli a fine ‘600-inizi ‘700. Viene anche riportato operante a Napoli agli inizi del ‘700 Santo Giovanni, costruttore di strumenti ad arco su modelli Amati e, ad ulteriore testimonianza è da osservare che anche strumenti di metà ‘700, e quindi contemporanei ai Gagliano, come ad es. alcuni strumenti di Tomaso Eberle, che risulta aver anche lavorato nella bottega di Gennaro Gagliano, sono da considerare di scuola “pre-Gagliano” in quanto di chiara ispirazione Amati, e né i Gagliano, né i loro successori si sono mai rifatti ai modelli di questo autore. 
          Anche se la liuteria ad arco napoletana viene fatta risalire, come abbiamo detto, ad Alessandro Gagliano, egli viene spesso incluso negli autori cremonesi. Ma studiando gli strumenti di Alessandro costruiti dopo il suo ritorno a Napoli (1695), che non sono pochi, si osserva che mentre i primi sono praticamente degli Stradivari, in altri vengono già introdotti alcuni elementi distintivi della futura scuola “napoletana”
          I figli di Alessandro, Nicola, ed in particolare Gennaro, vengono comunemente considerati i veri antesignani della liuteria campana. Essi, insieme ai Ventapane, pur rifacendosi ai principi costruttivi cremonesi, furono capaci di imprimere agli strumenti caratteristiche di tale personalità ed originalità da essere considerati come di scuola indipendente. Infatti, pur se ogni artista napoletano succeduto ai Gagliano ed ai Ventapane fu capace di introdurre un qualcosa di originale e personale nei suoi strumenti, (l’originalità è caratteristica peculiare della scuola Napoletana frutto dell’indole del popolo campano) salta evidente, nell’insieme della sua opera, l’influenza che queste due famiglie ebbero su chi continuò a lavorare il legno per produrre strumenti ad arco. 
          I testi “classici” allorché menzionano Bairhoff, Circapa, Vinaccia, Filano, Della Corte, aggiungono: “scuola Gagliano”. E chi ha avuto la ventura o la fortuna, essendo sempre più rari, di vedere o di possedere qualche strumento di questi autori, noterà subito che, pur avendo ognuno di essi una forte individualità, provengono tutti, sempre, dal medesimo ceppo. 
          E cosa dire dell’originalità dei vari Della Corte, Garani, Iorio, Obbo, Loveri, della famiglia Fabricatore, di Raffaele Trapani, di Verzella, del grande Postiglione e dei suoi discepoli, Desiato, Pistucci, Altavilla, Contino, etc. Dai più importanti di questi ai meno, da quelli con quotazioni da capogiro a quelli di pregio più modesto, tutti hanno dato al loro lavoro l’impronta “napoletana”. 
          È questo che crea infatti la differenza tra arte ed artigianato. Mentre molti liutai di altre scuole si son rifatti, a volte pedissequamente, ai grandi maestri del ‘700 copiando con estrema precisione e fedeltà i loro strumenti, i liutai napoletani, nessuno escluso, sono stati sempre capaci di introdurre nei loro modelli uno o più elementi personali ed originali. I liutai napoletani, anche se meno raffinati nell’esecuzione, hanno comunque sempre interpretato, più che copiato. Ed è per questo che vengono spesso trascurati o addirittura ignorati dai così detti “puristi” che valutano la rispondenza ai canoni costruttivi classici ritenuti più importanti dello stesso suono prodotto dallo strumento. 
          Per comprendere a pieno la produzione liutaria napoletana, è indispensabile inquadrarla nel tessuto socioeconomico in cui i liutai hanno operato. Gli autori napoletani sono stati infatti spesso accusati di aver usato materiali scadenti per la costruzione dei loro strumenti che ne condizionavano la precisione del lavoro e la bellezza finale. Questo è in molti casi effettivamente vero e deriva dal fatto che Napoli, come “città del Sud” è sempre stata una città povera, così come poveri sono stati tutti i liutai di cui parliamo. Di conseguenza, la loro produzione raramente era diretta a qualche strumentista di grido o ai pochi ricchi. Generalmente era la povera gente che acquistava dai liutai strumenti di fattura povera ma ottima voce con i quali si guadagnavano la vita lavorando come “posteggiatori”, ovvero suonando per le strade, nei ristoranti e nei locali pubblici per rallegrare le serate e le cene dei ricchi. 
          La maggior richiesta era pertanto di strumenti economici. E quando i liutai non riuscivano a vendere in città gli strumenti prodotti, si recavano al porto ove molti di essi avevano un permesso per salire sulle navi in sosta per vendere gli strumenti ai crocieristi stranieri o agli emigranti che poi li rivendevano al loro arrivo con un certo guadagno. Questa è forse la spiegazione più logica della massiccia presenza di strumenti napoletani in Europa ed in U.S.A. 
          I liutai napoletani, non avendo la possibilità di acquistare legni e materiali pregiati, si adattavano ad usare una “tavola per il letto” o il pezzo di acero nostrano per costruire un fondo, l’abete della Sila per il coperchio, la tavoletta per le controfasce veniva spesso ricavata dalla “cassetta del pesce”, o tavole appena sufficienti per un violino di piccola misura erano trasformate in piano di “cello” fatto in vari pezzi giuntati (ad es. un cello di G.B. Fabbricatore fu costruito con tavola in 5 pezzi e fondo in 3 pezzi giuntati). Ma, come dice il Marino, che rimane il massimo esperto di liuteria ad arco napoletana, “quale meraviglia usciva dalle loro mani allorquando, con il classico colpo di genio scolpivano una testina, rintagliavano una “effe”, o verniciavano uno strumento”. 
          Attribuire con certezza uno strumento ad un determinato autore è sempre stata prerogativa di esperti liutologi. L’etichetta apposta all’interno dello strumento non è mai stata garanzia di autenticità. Oltre ai milioni di strumenti di fabbrica, specie tedesca, costruiti su modelli classici e dotati di false etichette dell’autore copiato, da sempre, le etichette negli strumenti sono state sostituite con dei falsi o con etichette di liutai con più alte quotazioni. Così le opere di Bairhoff, Eberle, Della Corte, Altavilla, etc…, sono spesso state successivamente etichettate Gagliano, quelle di Contino sono diventate Postiglione, e molti Gagliano minori sono stati tutti ribattezzati Gennaro Gagliano. Molti liutai, inoltre, avendo a disposizione uno strumento di autore importante, ne facevano una copia, scambiando poi le etichette tra copia ed originale in modo che quest’ultimo portasse un’etichetta falsa, che non ne diminuiva comunque il valore, mentre la copia, dotata di etichetta originale, poteva più facilmente ingannare qualche esperto. 
          Queste pratiche, comuni a tutto il mondo liutario in ogni epoca, hanno particolarmente afflitto la liuteria napoletana, ma anche questo trova la sua spiegazione nelle condizioni socioeconomiche della città ove questi liutai hanno operato, ossia nella estrema povertà della stragrande maggioranza di essi. La sostituzione delle etichette negli strumenti, specie nel tardo 800 – prima metà del ‘900, era a Napoli quasi una regola, e non era solo riservata a strumenti antichi, ma apparentemente strano, anche a strumenti contemporanei. Se un autore era maggiormente accreditato di un altro, e conseguentemente vendeva a prezzi più alti, qualche concorrente non esitava a mettere nei suoi strumenti l’etichetta del collega più fortunato. 
         Si sa bene infatti che molti strumenti di Pistucci sono stati etichettati da lui stesso come Contino. Quest’ultimo, infatti, avendo aderito al partito fascista, al potere in quel periodo storico, era da questo grandemente sostenuto e pubblicizzato nell’alta borghesia. Aveva inoltre partecipato con successo ad alcune competizioni liutarie e conseguentemente, i suoi strumenti, forse l’unico esempio a Napoli, erano ben quotati, anche nel periodo in cui egli era in vita. Contino era invidiato dai suoi colleghi contemporanei, tutti poverissimi, per le alte quotazioni dei suoi strumenti, e si sa che Pistucci, per nulla a lui inferiore, pur di guadagnare qualcosa in più, usava spesso apporre nei suoi strumenti una falsa etichetta di Contino. 
          Non bisogna poi dimenticare le “copie” di Sannino. Questo autore, davvero geniale, era in grado di riprodurre con la massima fedeltà gli strumenti dei più grandi maestri, non solo napoletani, ma di tutte le più grandi scuole italiane. I suoi Gagliano, Ventapane, Guarneri, Stradivari, Montaganana hanno spesso ingannato i maggiori esperti di liuteria italiani e stranieri. Pertanto si è creata una tale confusione nella liuteria napoletana che oggi è veramente difficile, e patrimonio di pochissimi liutologi esperti, attribuire con certezza uno strumento ad un determinato autore, limitandosi molti “esperti” alla sola attribuzione alla “scuola napoletana”.